Qualcosa di Verde

giovedì, maggio 25, 2006

Un governo di sinistra


Senza dubbio Prodi ha ragione. Bisognerebbe che ministri e sottosegretari del governo appena insediato riducessero al minimo la smania di esternare e concordassero le dichiarazioni sulle questioni programmatiche, per evitare fughe in avanti e affermazioni che potrebbero rivelarsi inopportune. Appare però apprezzabile che in alcune circostanze gli esponenti del governo si sono mossi esattamente nella direzione che il popolo della sinistra si aspettava o, quantomeno, sperava.
Certo parlare di tasse a pochi giorni da un'importante tornata elettorale non è consigliabile sotto l'aspetto strategico, ma la possibilità che venga reintrodotta la tassa di successione(annunciata da Visco) sembra pienamente condivisibile e in linea con il principio della progressività fiscale. Anche la bocciatura del ponte sullo stretto (da parte del ministro dei trasporti, Bianchi) va salutata con entusiasmo. Per non parlare dell'annuncio di un decreto che estenda la possibilità di regolarizzazione a tutti gli immigrati che hanno presentato la domanda in base alla legge Bossi-Fini (che, ipocritamente, parlava di una fantomatica chiamata di lavoratori, quando chiunque avesse un minimo di intelligenza sapeva benissimo che i "chiamati" erano già da tempo in Italia). Così come la volontà, annunciata da Pecoraro Scanio, di rivedere il famigerato decreto legislativo 152 del 2006, attuativo della legge delega, con cui la casa della libertà ha imposto al paese la sostanziale riscrittura delle leggi ambientali, portando il livello di tutela ai minimi storici, nonché quella di ridare linfa (e quindi risorse) alle aree protette, così maltrattate dalla gestione Matteoli.
Concordiamo con la necessità - in parte dovuta alla situazione contingente - di una maggiore sobrietà tra i membri dell'esecutivo e di concordare collegialmente annunci e azioni del Governo, ma non possiamo che apprezzare che buona parte dei segnali dati siano "di sinistra" e questa è davvero una buona notizia.

QdV

martedì, maggio 23, 2006

No ai Suv nei centri storici


Cosa ci si aspetta da un ministro dell'ambiente, soprattutto se ambientalista e - perché no? - autorevole esponente del partito (quello dei Verdi) che fa delle questioni ambientali uno degli elementi portanti della propria azione politica? E' facile. Ci si aspetta che dica appunto "qualcosa di verde" e, soprattutto, che faccia "qualcosa di verde" (magari anche più di qualcosa).
E una delle prime uscite del ministro Alfonso Pecoraro Scanio è stata proprio quella di dire quel "qualcosa di verde" che ci si aspettava: "Fuori i SUV dai centri storici". Certo, detta così è una semplificazione priva di senso. E, in effetti, non è stata detta propriamente così. Però, visto e considerato che i media hanno bisogno di semplificazioni (più i media che i lettori credo, i quali molto spesso sono più attenti e preparati di quanto qualcuno non voglia pensare) la frase ad effetto è "fermiamo i SUV" o qualcosa del genere e con questa si fanno i titoli dei giornali.
La questione è senza dubbio più complessa e rientra nella politica della mobilità urbana che andrebbe adottata nel nostro paese e soprattutto nelle nostre città di medie e grandi dimensioni. Precludere ai SUV l'accesso ai centri storici non risolve certo i molti problemi che affliggono i nostri insediamenti urbani, ma il segnale è ben preciso e va interpretato correttamente. Non è l'azione demagogica e vessatoria nei confronti di una categoria di automobilisti, ma l'affermazione della necessità di adottare - cominciando dall'ambito urbano - un modello di mobilità che non sia energivoro, che non sia inquinante, che non sottragga inutilmente spazio alla collettività e che aumenti l'insicurezza complessiva, specialmente per gli utenti deboli della strada (anziani, pedoni, portatori di handicap, ciclisti). I SUV sono esattamente la concentrazione di tutto ciò che va nella direzione sbagliata ed è per questo che è giusto penalizzarli. Ben venga quindi questo primo passo per restituire alle nostre città una corretta dimensione di vivibilità, ma senza dimenticare che molte altre cose debbono essere fatte e possibilmente senza indugiare troppo.

Tullio Berlenghi

venerdì, maggio 19, 2006

Il Governo Prodi è partito



Il Governo Prodi è partito. Certo rispetto alle aspettative si cominciano già a vedere alcuni segnali non troppo incoraggianti. Intanto il numero complessivo di ministri e sottosegrati, tanti, forse troppi ed è lecito pensare che la scelta dipenda più da esigenze di equilbri interni alla maggioranza che dalle reali necessità del paese. Sin qui nulla di nuovo, magari il segnale forte di cambiamento non si è avuto, ma bisogna pur tener conto del bisogno di non scontentare troppo alcuni alleati. Non viviamo sulla luna e ce ne facciamo una ragione. Sulla questione delle donne non c’è molto da dire. Non è che le donne difettino nel centrosinistra e ce ne sono molte di grandissima caratura umana e politica. Le misteriose ragioni per cui non si è riusciti a valorizzarle sono vecchie quanto la politica: sono rimaste tagliate fuori dalle logiche di potere, l'unico campo in cui il gentil sesso non è ancora riuscito ad eguagliare il sesso che evidentemente tanto gentile non è. Ma l’elemento che suscita maggiore delusione è la conferma del ministro per l’attuazione del programma. Un incarico “inventato” dal centrodestra per dare un ruolo ad un personaggio che era riuscito a congelare per alcuni giorni la nostra carta costituzionale, facendo calpestare proprio la parte che contiene i diritti fondamentali ed inviolabili che dovrebbero essere garantiti a chiunque, con tanto di intervento di Amnesty International. Un ruolo evidentemente fasullo che, giustamente, era stato oggetto di irrisione e scherno da parte di molti politici del centrosinistra e di alcuni giornalisti. Critiche che però, inspiegabilmente, non sono state ribadite in questi giorni. Qualcosa di Verde pensava che un ministero per l’attuazione del programma fosse qualcosa di veramente ridicolo e non puà certo smettere di pensarlo solo perché è cambiato il colore politico di chi ne assume l’incarico…

lunedì, maggio 15, 2006

A Roma si sta davvero meglio?


Ancora una volta i giornali pubblicano una provvidenziale indagine - questa volta curata da Legambiente - attraverso la quale si stabilisce che a Roma le cose vanno un po' meglio rispetto alle altre grandi città (Napoli, Milano e Torino). In un lungo articolo di Repubblica vengono evidenziati alcuni "primati" capitolini rispetto alle altre metropoli. Certo, i numeri non sono opinioni e pertanto, a meno di non volerne mettere in dubbio la veridicità, c'è poco da dire. Se nel confronto - numerico - Roma può vantare una situazione migliore, bisognerebbe prenderne semplicemente atto.
Però sarebbe opportuno, senza nulla togliere al pregevole lavoro di ricerca fatto da Legambiente e di informazione fatto dai quotidiani, dare qualche elemento in più per "capire" i numeri che vengono diffusi.
Prima di tutto è meglio chiarire che il fatto che qualche parametro registri un valore superiore rispetto ad altre tre difficili realtà urbane non comporta necessariamente che quel parametro sia in assoluto positivo. E’ probabile che sia semplicemente un po’ meno peggio degli altri. Quindi – ad esempio – se a Torino e Milano il numero di giorni in cui viene superato il limite tollerabile di concentrazione di polveri sottili è – ad esempio – il triplo di quanto consentito dalla normativa vigente, sarà sufficiente che a Roma questo valore sia il doppio per dire che “va meglio” a Roma rispetto alle altre due città. Ma si potrà – onestamente – dire che “va bene”?
Poi bisognerebbe valutare quanto alcuni dati – che sul piano numerico sono ineccepibili – corrispondano ad una situazione “di fatto” e, come tale, apprezzabile. Se, ad esempio, l’amministrazione decide di creare un’area pedonale o un parco urbano o una zona a traffico limitato, ma si limita ad emanare un’ordinanza che non produce alcun effetto concreto (e la zona pedonale viene impunemente attraversata da auto e moto, il parco urbano è abbandonato all’incuria e al degrado e la ZTL è un colabrodo) come bisogna computare quelle aree che solo nominalmente hanno determinate caratteristiche?
Infine bisognerebbe rispolverare la non sempre chiara distinzione tra valore assoluto e valore relativo (o percentuale). E’ pertanto poco corretto esaltare alcuni valori (come l’estensione delle zone pedonali o l’ampiezza della rete di piste ciclabili) senza tener conto che il comune di Roma, con i suoi 1307 km quadrati, è il più grande d’Italia e che pertanto la rete di piste ciclabili diventa ben poca cosa in un ambito territoriale così ampio. E, infatti, Torino, Napoli e Milano insieme non raggiungono la metà della superficie di Roma e di questo bisognerebbe tener conto quando si stilano le classifiche. Classifiche che, del resto, significano davvero poco, visto che la situazione è evidentemente poco allegra per tutti e in questo poco confortante panorama, credo sia una ben magra soddisfazione la consapevolezza che c’è qualcuno – in qualche altra metropoli italiana – che sta peggio di noi.

Tullio Berlenghi

venerdì, maggio 12, 2006

Beppe Grillo e la benzina


Circola, anzi ricircola, in rete, una vecchia iniziativa (almeno dal 2003, ma probabilmente da prima) con il lodevole intento di attivare una forte pressione nei confronti delle compagnie petrolifere per indurle ad abbassare il prezzo alla pompa dei carburanti. Non entro nel merito della proposta, basata su un meccanismo di boicottaggio mirato a due delle principali compagnie, in modo da indurle ad abbassare i prezzi, attivando un circuito virtuoso di calmierazione. Quindi, vista dalla parte del consumatore "semplice" (preoccupato quindi soprattutto del proprio portafoglio), sembra una buona idea. Purché si abbia la consapevolezza che un'operazione come quella proposta non può portare riduzioni superiori al 5 o 6 per cento, tenendo conto dei costi incomprimibili dei carburanti (petrolio, raffineria, distribuzione, ecc.) e di quelli comprimibili solo a spese del bilancio dello stato (accise e tasse).
Per chi invece, come il sottoscritto, pensa che la questione energetica, dei consumi, del trasporto, vada affrontata in un ottica un po' più ampia, la proposta appare di corto respiro. Bisogna invece puntare alla revisione - per esempio - del modello di consumo dei paesi occidentali (assolutamente incompatibili con le risorse disponibili), al cambiamento delle scelte produttive e commerciali, con conseguenti spostamenti inutili di tonnellate di merci per migliaia di chilometri, alla correzione del nostro modello di mobilità - soprattutto a livello urbano (dove l'Italia detiene un triste primato di "squilibrio modale") - incentrato sul mezzo motorizzato privato (e anche qui le conseguenze sono tutte negative, in termini di mobilità, incidentalità, costi, salute e qualità della vita).
L'unico vero sistema per ridurre i costi energetici complessivi è quello legato al vecchio principio economico della domanda e dell'offerta. Proviamo a ridurre la domanda (quella inutile e dannosa ovviamente) e ci saranno benefici non solo sul costo dell'offerta (che comunque vanno letti positivamente), ma soprattutto per il nostro ambiente, per noi e per il nostro benessere. E non mi sembra poco.

Tullio Berlenghi

mercoledì, maggio 10, 2006

Qualità della vita a Roma, ottima e abbondante

Si sa che in campagna elettorale si tende a minimizzare i meriti degli avversari e a sopravvalutare i propri, ma l'enfasi con cui il centrosinistra ha diffuso i dati di un sondaggio secondo cui i romani sarebbero ben felici della qualità della vita nella Capitale, mi sembra - in tutta franchezza - fuori luogo.
A Roma l'aria è irrespirabile, i trasporti pubblici sono inadeguati e inefficienti e il combinato disposto della insufficiente pianificazione della mobilità, della domanda di trasporto elevatissima, dello scarso senso civico di molti automobilisti e motociclisti e di qualche altra concausa rendono Roma una città davvero poco accogliente. Ne sanno qualcosa i disabili e le mamme (o i papà) per i quali spostarsi è difficile e pericoloso e ai quali i mezzi pubblici sono - di fatto - preclusi.
Come si fa a dire - come sbandierato da "Repubblica" - "Qualità della vita, Roma promossa", quando al 31 marzo gli sforamenti delle polveri sottili erano già stati ben 45 (ossia un giorno su due) e che quindi saremo in violazione della direttiva europea da qui alla fine dell'anno. E non è, evidentemente, un problema di rispetto delle norme comunitarie, ma un problema di salute dei cittadini (inutile ricordare la correlazione tra valori degli inquinanti e insorgenza di patologie, anche gravi).
Certo, in un afflato di onestà, ad un certo punto anche Veltroni ammette la debolezza del sistema del trasporto pubblico, imputando però il problema alla mancanza di una rete metropolitana efficiente. Questo vuol dire che - visti i tempi e i costi della realizzazione di linee metropolitane - i romani dovranno rassegnarsi a stare almeno altri trent'anni in questa situazione, perché - a quanto pare - un'altra possibile soluzione al nostro sindaco non è venuta in mente. Noi qualche suggerimento ce l'avremmo. A costi decisamente più bassi e con tempi ragionevoli. Presuppone però un requisito che in questi anni è mancato agli amministratori capitolini: il coraggio di scelte radicali.

QdV

lunedì, maggio 08, 2006

Il simbolo dei Verdi

Nel simbolo utilizzato dai Verdi per le elezioni amministrative capitoline la parola "pace" è stata ridotta a dimensioni misurabili nell'ordine di qualche micron per fare spazio al nome di Veltroni. La decisione - come tutte le decisioni prese dai Verdi di Roma e del Lazio da diversi anni a questa parte - è stata presa senza tenere nella benché minima considerazione l'opinione dei Verdi (bisogna sbrigarsi, non c'è tempo...) e induce a qualche pacata riflessione.
Si ha come l'impressione che questo sia un piccolo stratagemma per racimolare il voto di qualche sprovveduto fan veltroniano. Come se temessimo che il nostro messaggio possa non essere sufficiente a determinare una indicazione di voto convinta e consapevole e quindi puntiamo a recuperare il consenso di chi - alla luce dei fatti - il voto a noi non dovrebbe darlo. Perché se la politica dei Verdi romani fosse davvero del tutto allineata (e purtroppo nella scorsa consiliatura la è stata fin troppo) alle scelte di Veltroni, allora saremmo di fronte a due problemi: il primo è che non si capisce quale sia il ruolo dei Verdi, visto che a dare la linea politica veltroniana ci sono forze politiche e liste che lo fanno molto più autorevolmente dei Verdi. Il secondo è che se davvero - come piacerebbe a Qualcosa di Verde - ai Verdi compete il delicato e difficile ruolo di restituire spazio e credibilità alle politiche ambientali, allora il nome di Veltroni sul simbolo ce lo potevamo davvero risparmiare.

QdV

venerdì, maggio 05, 2006

Lo scempio delle affissioni selvagge

Non c'è verso. In alcune parti d'Italia (a partire dal Lazio e proseguendo verso sud) non si è capaci di darsi delle regole di comportamento per la pubblicità (commerciale, ma soprattutto politica) attraverso i manifesti.
Ogni tornata elettorale si assiste ad uno scempio indegno delle città - e Roma sotto questo aspetto penso sia imbattibile - con manifesti attaccati in ogni dove, senza regole, senza rispetto e senza decoro. Nessun partito si sottrae a questo gioco folle e perverso e l'unica soluzione è quella di stampare quantitativi stratosferici di manifesti e pagare decine di squadre di affissori (il volontariato in questi casi è destinato a soccombere) per rimanere esposti qualche decina di minuti. Fino all'arrivo del successivo passaggio.
Neanche i Verdi - che pure all'inizio della loro storia facevano della correttezza e del rispetto della città un punto di forza delle proprie istanze - sono stati capaci di mantenere un comportamento diverso. Io stesso, dopo essermi lamentato per un atteggiamento così poco coerente con le nostre ideologie, sono stato tacciato di uno scarso senso pratico. Perché il principio che vige è molto semplice: se tu sei il buono puoi permetterti il lusso di violare le regole, in fondo lo fai per il bene di tutta la collettività. Un po' come nei film western, dove il buono poteva essere anche un po' stronzo, l'importante era che lui rappresentava il bene e questo bastava a giustificare qualunque scorrettezza.
La patente di buoni ovviamente si autoattribuisce e questo lascia capire il motivo di questo degrado complessivo della politica - a destra come a sinistra - dove anche i nepotismi, le clientele, le furbizie piccole e grandi sono sempre giustificate dal fatto di essere i "buoni". E quello delle affissioni selvagge è davvero ben poca cosa di fronte ad una situazione di gran lunga più sconfortante.

Elezioni politiche: una paese in difficoltà

ELEZIONI 2006: IL VOTO DI UN PAESE IN DIFFICOLTA’.

Chi ha vinto le elezioni? Questo è (e sarà) il tormentone post-elettorale, la cui durata non sarà breve. La polemica che si accende in queste circostanze riguarda sempre la presunta mancanza di titolarità – politica prima che giuridica – a governare il paese in assenza di una chiara maggioranza di consensi. Questo tipo di dibattito è iniziato con la trasformazione del sistema politico (non tanto del sistema elettorale che non è ancora riuscito a diventare un maggioritario compiuto) da partitico puro a bipolare. Il fatto cioè che ci siano due schieramenti che si contendono il voto degli elettori per ottenere un consenso sufficiente a prendere in mano le redini del Paese. Di fatto il “paese spaccato” non è una novità del 2006 ed è sufficiente ripercorrere le tappe della nuova era (la seconda repubblica?) per affermare che in Italia non c’è mai stata una maggioranza “vera” a governare il paese. Nel 1994, prima vittoria di Berlusconi, si presentarono tre coalizioni (in realtà quattro perché il polo si invento due alleanze distinte per far digerire reciprocamente la presenza di Alleanza Nazionale e Lega nella stessa coalizione) e i voti presi dalla “Casa delle libertà” non raggiunsero la maggioranza assoluta dei votanti e non riuscirono a mantenere in piedi il Governo solo per le risse interne dei partiti della coalizione. Nel 1996 vinse l’Ulivo e tutti gli esponenti del polo hanno urlato ai quattro venti che era un governo “illegittimo” (addirittura..) perché non godeva del consenso della maggior parte degli italiani. Osservazione che però non fecero nel 2001 quando a vincere fu il Polo, ma sempre senza avere la maggioranza assoluta dei voti (la sinistra in quella circostanza pensò bene di andare al voto divisa in ben tre pezzi, con le conseguenze che tutti conosciamo). Alla fine del 2005 Berlusconi, sulla base di una situazione sfavorevole (o presunta tale) per il Polo, ha fatto approvare in fretta e furia una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza per mitigare – secondo i suoi astuti consiglieri – il rischio che una vittoria dell’Unione potesse trasformarsi in una maggioranza schiacciante in Parlamento. E’ noto infatti che, con il sistema del voto nei collegi uninominali e il trucchetto delle liste civetta per aggirare il meccanismo dello scorporo (che favoriva la coalizione perdente), è possibile – anche se non assolutamente certo, perché dipende dalla distribuzione territoriale dei voti - ottenere un numero di deputati di gran lunga più elevato, in proporzione, rispetto ai voti effettivamente conseguiti.
Evidentemente neanche Berlusconi nutriva grande fiducia nelle sue indiscutibili capacità di imbonitore, attraverso le quali invece – ribaltando tutti i pronostici – è riuscito in un recupero formidabile ed è arrivato a tagliare il traguardo in volata a pochi millesimi da Romano Prodi. Bisognerebbe riaggregare i dati di lunedì sui collegi uninominali della vecchia legge elettorale per capire quanti parlamentari sarebbero andati all’una e all’altra coalizione, ma non è difficile ipotizzare che ci potrebbero essere due rami del parlamento con maggioranze non necessariamente dello stesso segno, ma, in ogni caso, con differenze minime nel numero dei parlamentari, con una ancora maggiore difficoltà di formare un governo stabile e duraturo.
Su questo punto bisogna fare assolutamente chiarezza: il fatto che possano esserci due maggioranze diverse non dipende in particolare da “questa” legge elettorale, ma è connaturato al fatto che ci siano due corpi elettorali diversi (alla Camera votano anche i ragazzi dai 18 ai 25 anni) e che dispongono di due schede diverse. Non si può per principio escludere che un elettore dia indicazioni di voto diverse nei due rami del Parlamento e questo può comportare (in caso di sostanziale equilibrio) a situazioni come quella che si è verificata alle ultime politiche.
Non è il caso adesso di dilungarsi sulla questione dei sistemi elettorali ed è evidente che questa legge elettorale, studiata per penalizzare il centrosinistra, ha finito per ottenere l’effetto contrario con il paradosso che al Senato la pur risicata maggioranza degli eletti dell’Unione non corrisponde ad una maggioranza di voti. Né gli esponenti del centrodestra possono considerare la legge ingiusta, perché sono stati loro a redigerla e ad imporla al Parlamento ed al Paese. L’altro paradosso è dato dal voto degli italiani all’estero - che mi entusiasma poco per il discutibile apporto che alle scelte di governo viene dato da chi, di quelle scelte, non è il destinatario - voluto fortemente dal centrodestra, ma che ha premiato i candidati dell’Unione (forse perché all’estero sono riusciti a farsi meglio un’idea dell’operato di Berlusconi & Company).
Resta il fatto che le regole, quando ci sono e sono chiare, vanno accettate e rispettate, anche se non sono del tutto condivise. Vanno giustamente criticate ed è altrettanto legittimo chiedere di modificarle per il futuro, ma così come il centrosinistra è andato alle elezioni con quelle regole (che non ha voluto) il centrodestra (che quelle regole ha voluto) non può adesso avventurarsi in tortuose argomentazioni per delegittimare l’assunzione da parte del centrosinistra della responsabilità di governo. Ancor più grave appare il tentativo di adombrare congetture sulla regolarità del voto, quando, a rigor di logica, la responsabilità sull’andamento delle operazioni di voto e di spoglio è in capo allo stesso esecutivo che giudica irregolari quelle operazioni.
E’ pertanto il caso che le due coalizioni – insieme – riflettano sui limiti e sui difetti di questa legge elettorale e che elaborino rapidamente un nuovo meccanismo, privo di furberie e di astuzie e che abbia tutti i requisiti di governabilità e rappresentanza che non possono mancare in una democrazia. Da parte del centrosinistra si potrebbe dare quella “lezione di stile” istituzionale che è mancata negli ultimi mesi della legislatura appena conclusa: le regole del gioco dovranno scritte tutti insieme e senza prevaricazioni o forzature, in modo da evitare polemiche e contestazioni, garantendo così al prossimo vincitore la possibilità di avviare, subito dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, un governo che possa operare per cinque anni e – possibilmente – nell’interesse del Paese.

Tullio Berlenghi


13 aprile 2006