Qualcosa di Verde

giovedì, giugno 05, 2008

Diritto al futuro: quale progetto ecologista?

E’ importante trovare il modo più razionale e meno emotivo per gestire questa delicata fase di transizione che dovrebbe portare i Verdi dalla situazione attuale - con una sonora sconfitta elettorale, l’assoluta assenza di rappresentanti in Parlamento, una Federazione in grande difficoltà organizzativa ed economica e altri numerosi problemi di non poco conto – al “futuro” dei Verdi. Un futuro che si profila ancora molto incerto e confuso. Un futuro sul quale non sono in molti a scommettere. Un futuro sul quale ci sono valutazioni profondamente differenti tra chi, a vario titolo, si sente parte di questo soggetto politico. Proviamo a riprendere qualche ragionamento. Magari a semplificare il quadro, a costo di eccedere nella sintesi. Intanto bisogna vedere quali sono le possibili strade da seguire:

- Verso il partito democratico. Si tratta con la dirigenza del partito democratico il “prezzo” della confluenza verde all’interno del PD. In linea teorica è una strada che potrebbe avere una sua logica. All’interno di un grande partito, con una propria autonomia e una propria caratterizzazione i Verdi potrebbero ancora incidere sulle scelte politiche di questo paese. A me convince poco, anche perché il rischio tangibile è che la trattativa finisca col vertere più sulle poltrone da assegnare che non a garantire quell’autonomia che renderebbe minimamente ragionevole questa operazione.

- Rimanere nella Sinistra Arcobaleno. Anche questa proposta sembra poco praticabile. Non solo per il risultato elettorale che sembra essere una bocciatura del progetto, ma anche perché sono stati in molti a tirarsi fuori dal neonato soggetto politico già prima del risultato elettorale, minando ulteriormente la credibilità di un progetto, che era nato già debole.

- Ricostruire i Verdi. Con impegno, con serietà, con umiltà. Era un’esigenza che in molti nella base sentivano già da tempo, ma che nessuno aveva avuto mai il coraggio di proporre. Probabilmente anche a causa di quella gestione unanimista, ma profondamente antidemocratica, che aveva caratterizzato la gestione del partito fino ad ora. Dietro all’apparente concordia che regnava nel partito si celava infatti un sistema di potere monocratico, che impediva di fatto ogni forma di dissenso.

E’ ovviamente questa strada, la terza, quella che sembra più ragionevole, anche se nasconde molte insidie e molte difficoltà. Il principale problema è il tempo: non ci si può permettere di dare vita ad un processo troppo lungo, come pure la delicata situazione meriterebbe. I tempi della politica e della comunicazione non lo consentono. Bisogna “esserci”, tenuto conto della velocità con cui il dibattito politico sta affrontando molte questioni. Si sta affermando un preoccupante pragmatismo sulle questioni ambientali che significherebbe l’azzeramento dell’enorme lavoro degli ultimi decenni. Si parla sempre più insistentemente dei termovalorizzatori come l’unica soluzione praticabile al problema dei rifiuti. Si sta diffondendo la convinzione che il nucleare sia la risposta concreta e fattibile al fabbisogno energetico. Non c’è contraddittorio. Nel dibattito sono assenti non le “ragioni del no”, ma le più elementari “ragioni del buonsenso”. Si intraprendono strade, consapevoli delle conseguenze e dei rischi che comportano, ma non se ne tiene conto. Qualcuno – prima o poi – se ne occuperà. A noi serve dare risposte adesso. I problemi futuri li affronterà chi verrà dopo. Come fanno i Verdi a non partecipare a questo dibattito? Ci siamo cacciati in una situazione di stallo da cui dobbiamo uscire prima che sia troppo tardi. E allora bisogna subito realizzare quei cambiamenti di cui sentiamo tutti l’esigenza. E per fare questo è necessario un fitto calendario di impegni da seguire con un’assunzione di responsabilità che sia la più ampia e condivisa possibile.

In primo luogo è opportuno accantonare questo clima da resa dei conti. Il processo di rinnovamento del partito non può diventare un’occasione perché qualcuno tragga qualche beneficio personale dal riequilibrio di potere interno al partito, ma questo non giustificherebbe in alcun modo il mantenimento di uno status quo che non ha più ragione d’essere. Bisogna che tutti si sentano in dovere di dare un contributo all’opera di “ricostruzione” senza pensare al proprio tornaconto. Partiamo quindi da quelle valutazioni su cui si sono detti tutti – o quasi – d’accordo. Tra questi cambiare il “sistema delle tessere”, le cui conseguenze negative sono più che evidenti. Ci vorrebbe un meccanismo premiale per chi si impegna concretamente per i Verdi, per chi è in grado di fare un lavoro di elaborazione politica e culturale per dare linfa vitale al partito. Sappiamo che questo non è possibile normarlo con uno statuto o un regolamento, ma deve essere una “Grundnorm”, una legge fondamentale, nella quale tutti si riconoscano. E l’assunzione di decisioni che contrastino palesemente con questo criterio deve essere censurata da tutti e non accettata o tollerata solo per non rischiare di rimanere invisi al potere. Dico questo con cognizione di causa perché molte scelte discutibili fatte dalle classi dirigenti verdi (uso il plurale sia in senso cronologico che territoriale) non sono mai state oggetto di aperta critica da molti che adesso vogliono cavalcare il rinnovamento.

Un altro aspetto su cui è necessario intervenire per evitare la sclerotizzazione della classe dirigente al punto tale da perdere il contatto con la propria base (e con la realtà) è quello di modificare l’assetto interno in modo da: porre chiari limiti ad incarichi di partito e ad incarichi elettivi; affidare in modo netto la strategia politica al partito, nella sua espressione territoriale, in modo da evitare uno squilibrio di potere a favore degli eletti: la politica la fa il partito non gli eletti!; attivare quei meccanismi di partecipazione democratica e di dibattito interno ed esterno che permettano il confronto continuo e la crescita, sociale e culturale, dei Verdi.

Inoltre bisogna lavorare ad un progetto di formazione sia della classe dirigente, sia degli eletti, sia dei referenti territoriali. Chi si avvicina ai Verdi per passione, entusiasmo, convinzione o semplice curiosità deve avere la possibilità di confrontarsi con la nostra cultura ed avere stimoli e informazioni adeguate. Non bisogna avere paura di creare “sapere verde” diffuso che è una ricchezza e non l’aumento di potenziali rivali per le cariche istituzionali. E questo sapere, questa conoscenza, dovranno essere non esclusivamente ambientali, ma anche di formazione politico-amministrativa, in modo da poter affrontare con competenza e lucidità eventuali incarichi di responsabilità e di governo.

Costruite queste premesse e creato quel luogo politico sano e fertile come deve essere il nostro partito, un partito che pone le questioni ambientali al centro della sua elaborazione ma che non vuole essere confinato in esse, si può ripartire sul serio. Non avendo paura del confronto interno e non nascondendo le diverse anime e le diverse identità che ci caratterizzano e che sono una nostra ricchezza e un nostro valore aggiunto.

Cominciamo a parlarne mercoledì 25 giugno all’iniziativa promossa da Qualcosa di Verde presso la sala della Sacrestia, Vicolo Valdina 3A, Camera dei Deputati, Roma.

Tullio Berlenghi

martedì, maggio 13, 2008

Appello per Monte Gennaro


Lettera aperta di Paolo Piacentini, presidente del parco dei Monti Lucretili, a Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio.


On Presidente ,

mi trovo costretto a scriverLe di nuovo in forma di lettera aperta sul problema ormai noto delle antenne su Monte Gennaro , precisandole che non lo faccio assolutamente per smania di protagonismo ma solo ed esclusivamente per chiedere la riapertura di un confronto con il territorio su una problematica molto sentita dai cittadini e dalle istituzioni locali . La mia determinazione in questa battaglia , la stessa di tanti altri, l’ho sempre riportata in un ambito istituzionale perché a questo mi costringe il ruolo di Presidente del Parco , ma le ragioni del territorio sono così grandi che un mio cedimento sarebbe una sconfitta per tutti , in primis per il Parco . Caro Presidente le chiedo, come ha già fatto l’Assessore all’Ambiente della sua Giunta con lettera di qualche mese fa , di riaprire il confronto con le istituzioni e cittadini proprio per non rendere vani gli importanti investimenti che la Regione sta facendo a favore del Parco Regionale dei Monti Lucretili, di cui ovviamente ne siamo grati . Si perché se Monte Gennaro continua a perdere il suo fascino , è la montagna più frequentata dagli escursionisti romani, sarà l’immagine stessa del Parco ad essere danneggiata e Lei sa meglio di me che quando un simbolo viene defenestrato perde di valore tutto ciò di cui si circonda . E’ proprio questo il caso di Monte Gennaro , se lei guarda la simulazione fatta dagli Uffici Tecnici della nostra Direzione vedrà che addirittura il traliccio previsto in un progetto preliminare supera in altezza la vetta di Monte Gennaro . Pensi all’impatto visivo per gli escursionisti che su Monte Gennaro ci salgono per guardare un meraviglio ed unico panorama sulla campagna romana . Ma purtroppo il danno rischia di non essere solo estetico vista la vicinanza con la vetta ; alcuni esperti di inquinamento elettromagnetico ci dicono che in base alla potenza installata la fascia di rispetto potrebbe arrivare fino alla cima , allora i giochi sarebbero fatti ; il PARCO SENZA LA FRUIBILITA’ DI MONTE GENNARO NON AVREBBE PIU’ SENSO . In questo primo anno di lavoro il Consiglio Direttivo ha messo in piedi anche un processo di revisione del Piano d’Assetto proprio per cercare di rispondere ad alcune importanti esigenze delle comunità locali e ci piacerebbe riavviare anche sul versante antenne una nuova stagione anche alla luce di importanti novità in campo tecnologico che tra qualche anno potrebbero aprire la strada ad una diversa gestione della trasmissione radio televisiva. Si parla sempre di puntare all’innovazione e dalle esperienze concrete come questa , dall’esigenza legittima di risolvere un problema sanitario di migliaia di cittadini romani che può nascere uno studio approfondito che aiuti a non spostare il problema ma a risolvere in avanti, appunto innovando . Ci siamo domandati spesso, devo dire con un senso di impotenza ma con tanto amore per la tutela e valorizzazione del nostro territorio, il perché di una mancata risposta alla richiesta di riaprire almeno il confronto ; ci siamo chiesti perché tutta questa urgenza verso un piano che forse verrà attuato solo tra qualche anno, il periodo necessario al più che propabile superamento tecnologico degli attuali impianti .

Le mi dirà : ma li le antenne già ci sono ! Ed è proprio questo il problema , la Conferenza dei Servizi potrebbe essere il momento in cui mettere sul tappeto tutte le ipotesi alternative , verificare di nuovo le necessità di interventi così impattanti .

Caro Presidente , le rivolgo un appello; venga a vedere con i suoi occhi il panorama che si gode da Monte Gennaro , passi una giornata con noi con gli operatori che ogni giorno portano avanti iniziative a favore del territorio vedrà le tante cose importanti che stiamo mettendo in piedi . Il 14 maggio ci farà l’onore dell’ennesima presenza , nel Comune di Licenza, la Signora RODARI che l’anno scorso abbiamo eletto ad ambasciatrice del Parco , mi farebbe piacere , parlo a nome di tanti rappresentanti istituzionali, se anche Lei, una volta, volesse incontrarla insieme ai tanti insegnanti ed alunni ai quali , ogni giorno, cerchiamo di trasmettere l’amore per il Parco . Tanti di questi ragazzi accompagnati dai propri genitori sono saliti con noi il 30 marzo in occasione della cerimonia di riposizionamento della Croce su Monte Gennaro ed hanno compreso il senso della nostra battaglia . Io sono fiducioso di vederla, quanto prima, qui da noi e poterle dimostrare che la tutela di Monte Gennaro non deve valere per me o per qualche interesse di parte , vale come valore in se di Conservazione della Natura per lasciare alle future generazioni il godimento del panorama più bello sulla Città Eterna senza avere un orizzonte deturpato . Tanti dicono si ma bisogna dare un alternativa, premesso che come ho ricordato , metteremo sul tappeto tutti i dati tecnico- scientifici a giustificazione delle nostre ragioni ma un dato deve essere fondamentale

LA NATURA HA UN VALORE INTRINSECO CHE E’ SUPERIORE A QUALSIASI CALCOLO ECONOMICO – UN VALORE CHE CI RENDE RICCHI NELLO SPIRITO E NELL’ANIMA . I PARCHI HANNO QUESTA MISSIONE PRIMARIA CHE OGNI GIORNO CERCHIAMO DI TRASMETTERE AI GIOVANI , NON RENDIAMO TUTTO VANO .

Nei prossimi giorni camminerò tra i comuni del Parco per confrontarmi con i cittadini e raccontare le cose belle che il Parco fa e può fare ma anche per ascoltare critiche e proposte , mi piacerebbe poter dire che la Regione oltre a darci tante opportunità con progetti e finanziamenti ha anche riaperto il confronto sulle antenne . Saremmo in molti ad esserne felici .

UN GRAZIE VERAMENTE DI CUORE

Paolo Piacentini

lunedì, maggio 12, 2008

Il rinnovamento dei Verdi

Velocissime riflessioni sul consiglio federale dei Verdi del 10 e 11 maggio 2008. Ottima la gran parte degli interventi. Lucide ed efficaci molte analisi. Qualcuna di grande livello, come quelle di Boato e di Grazia Francescato. Da ogni parte si evidenziavano le criticità del partito. Criticità che probabilmente non erano la causa della sconfitta, ma che - a detta di tutti - rappresentavano comunque dei limiti del partito che bisognava superare per riportarsi al centro dell'agone politico nella migliore delle situazioni. Uno degli elementi di critica è stato il meccanismo fasullo del tesseramento. Di cui tutti sono a conoscenza, che tutti (almeno a parole) biasimano, ma che poi non si è in grado di eliminare. Anzi. Tutti d'accordo nel dire che c'è una alterazione della rappresentanza (perché un sistema di tessere "drogato" altera il rapporto tra la base e gli eletti), ma poi subito pronti a rifarsi a quello stesso meccanismo per gestire quel po' di potere assembleare che serve a scegliere il nuovo indirizzo dei Verdi. Metodi vecchi indirizzo nuovo quindi. A qualcuno potrebbe venire qualche dubbio, ma proviamo a puntare sulla buona fede.
Saltano però tutte le trattative per cercare un percorso comune. Anzi si mette in chiaro che la logica deve comunque essere quella lottizzatoria. Quanti voti hai? (quante tessere quindi...) Allora ti spetta un posticino dentro al comitato dei garanti. Altrimenti a casa. Si garantirà la discontinuità nel segno della continuità. In pratica il gruppo di potere è lo stesso, però da adesso saremo più buoni. E magari daremo pure spazio alle minoranze. Sì, però da domani, o forse da dopodomani. Vedremo. Adesso no. Sia mai che qualcuno si metta davvero in testa di cambiare qualcosa.

QdV

domenica, maggio 11, 2008

Mozione al Consiglio Federale Nazionale dell'11 maggio 2008

Dalle altisonanti dichiarazioni del dibattito assembleare sembrava che ci fosse spazio per rivedere alcuni meccanismi e alcune dinamiche di un partito in grande crisi. Su queste basi abbiamo provato a presentare una mozione "di rinnovamento", il cui contenuto è poi confluito nella mozione a prima firma Diolaiti che si è rivelata minoritaria (20 per cento dei voti).


Il Consiglio Federale Nazionale dei Verdi,

Preso atto delle dimissioni del presidente dell’esecutivo nazionale dei Verdi;

Valutata con seria preoccupazione il quadro politico delineatosi e l’allarme causato dalla situazione che si è determinata nei Verdi;

Considerato necessario un profondo rinnovamento della classe dirigente senza le solite logiche calate dall'alto e non discusse insieme in assemblea;

Ritenuta urgente una riforma organizzativa del partito per costituire localmente luoghi di incontro con i cittadini e per dare risposte ai problemi reali sociali, ambientali ed economici;

Considerato il grande bisogno di fare "qualcosa di verde" per restituire identita e credibilità ad un partito che troppo spesso è stato schiacciato da dinamiche legate più a tatticismi politici che non ad una irrinunciabile coerenza programmatica;

1. accoglie le dimissioni del presidente e dell’esecutivo nazionale dei Verdi in quanto espressione di una chiara assunzione di responsabilità politica;

2. approva i seguenti indirizzi (è richiesta l'approvazione per punti):

· La libertà di scelta delle alleanze sui programmi a livello nazionale, regionale, provinciale e nei comuni capoluoghi di provincia, con la presentazione del simbolo dei Verdi e di un programma ecologista;

· La necessità di anteporre i programmi ed i contenuti ad ogni altro tipo di valutazione e la rigorosa interlocuzione degli eletti con la federazione territoriale di cui sono espressione;

· Una riforma statutaria verso una confederazione su base regionale, provinciale e municipale, con una struttura nazionale leggera

· La scelta della rotazione delle cariche e l'incompatibilità dei doppi incarichi sullo stesso livello (nazionale, provinciale e comunale)

· La rappresentanza sarà affidata ad ogni livello a due coportavoce (una donna ed un uomo, entrambi rappresentanti legali) e negli organismi vi deve essere la parità di genere

· Un meccanismo di rappresentanza e di distribuzione delle risorse che si basi per il 75% sui risultati elettorali e per il 25% sulle adesioni

· La ridistribuzione dei finanziamenti pubblici nella misura del 50% alle regioni e del 50% al nazionale

· L'aumento del 15% del contributo al partito da parte degli eletti e dei nominati di tutti i livelli

· Una campagna di adesione che riprenderà dopo la fase di rifondazione con una quota annuale simbolica dell’1% del reddito netto mensile (10 euro per ogni 1000 euro)


Ilaria Ferri

Tullio Berlenghi

Gina Truglio

Andrea Brutti

Massimo Paolicelli

Annamaria Procacci

Gabriele Volpi

martedì, aprile 29, 2008

Riflessioni post elettorali

Traccia dell'intervento all'assemblea regionale e provinciale dei Verdi di Roma e del Lazio del 29 aprile 2008.


L’elemento da cui bisogna partire è l’analisi di una sconfitta elettorale. Uso il singolare per semplicità, ma le sconfitte sono diverse e questo rende l’analisi un po’ più complessa. Si parla di una sconfitta a livello nazionale del centro sinistra e, sempre a livello nazionale, la sconfitta ancora più drammatica è quella della “sinistra” o meglio della “sinistra arcobaleno”, piattaforma elettorale in cui sono confluiti i Verdi, un po’ per scelta un po’ per necessità. La situazione a Roma è, sotto alcuni aspetti, persino più catastrofica: se è vero che la sinistra arcobaleno ha “tenuto” (come si suol dire in politichese) è altrettanto vero che i Verdi sono pressoché scomparsi, complice probabilmente una strategia poco accorta nella gestione delle candidature e nella distribuzione delle (sempre insufficienti) energie del partito.

In questo momento c’è un grande fermento nella cosiddetta “base” dei Verdi. E sta venendo a galla uno scontento su come sia stato gestito il partito negli ultimi anni. Da parte mia, che in diverse occasioni ho espresso critiche su alcune scelte operate dagli organi dirigenti, vorrei evitare però una generalizzazione che poco aiuterebbe una concreta volontà di ricostruzione che credo e spero animi la maggior parte di chi ha creduto e crede tutt’ora nell’importanza di un soggetto politico che faccia delle tematiche ambientali il centro della propria azione. Sono disposto a discutere e a ragionare sui – molti, probabilmente – errori fatti da chi ha diretto il partito negli ultimi anni, ma non credo sarebbe onesto fare degli organismi dirigenti un facile capro espiatorio di una sconfitta politica che appare di non agevole lettura.

Sulle politiche credo di poter dire che la scelta della sinistra arcobaleno sia stata una scelta obbligata dalle circostanze. Con Veltroni che, consapevole della probabile sconfitta, ha preferito cannibalizzare il consenso a sinistra, piuttosto che ritrovarsi a condividere con (troppi) altri lo scomodo ruolo di opposizione. Dal suo punto di vista l’operazione è riuscita perfettamente. A pagarne il prezzo sono stati gli elettori di sinistra che, anche ingenuamente, si sono prestati ad un’operazione non proprio cristallina. Di questo non mi sento di accusare i nostri dirigenti. Sono convinto che se avessero scelto di andare da soli non avremmo raggiunto il due per cento (a voler essere ottimisti) e in molti ci avrebbero mosso le stesse accuse di cui sono oggetto adesso la sinistra critica e altre formazioni che hanno contribuito alla dispersione del voto di sinistra. Certo la campagna elettorale non è stata particolarmente entusiasmante, ma stretti nella morsa mortale PD-PDL, con TV e giornali ben determinati nell’oscurarci in ogni modo, non sarebbe stato facile fare di meglio.

Queste le attenuanti. Però le colpe non mancano. Non saranno la causa del disastro elettorale, ma alcune cose che non hanno funzionato ci sono e forse sarebbe giusto cominciare a dirle, in modo da provare ad impostare uno stile nuovo nelle future scelte del partito. Alcune di queste critiche io le avevo già fatte in tempi non sospetti (anzi, in tempi in cui la critica era considerata quasi blasfema o quantomeno inopportuna). Parlo, ad esempio, di un partito con alcune preoccupanti anomalie, come quella (da qualche tempo in realtà in netto miglioramento) di non convocare quasi mai gli organi statutari (mi riferisco a quelli regionali e provinciali). Un partito i cui dirigenti hanno sempre fatto professione di democrazia partecipata e che ha pesantemente criticato il meccanismo delle liste bloccate della legge elettorale, ma che, quando si è trattato di prepararle, le liste, ben si è guardato dal consultare i propri iscritti (ma neppure i consigli federali territoriali) per deciderne la composizione. Un partito in cui si è sempre dato inspiegabilmente spazio a tantissimi carrieristi politici che sono rimasti nei Verdi solo fintanto che si è garantito loro una poltrona e uno stipendio, ma che, in assenza delle dovute garanzie, hanno fatto i bagagli in fretta e furia alla ricerca di un posto al sole. Un partito che non è mai riuscito a strutturarsi sul serio, ma che è diventato una sorta di comitato elettorale permanente, pur vantando un numero di tesserati di tutto rispetto. A dire il vero parlare di tesserati credo sia improprio, perché dà l’idea di “persone”. Meglio parlare – come si fa abitualmente nelle riunioni di corrente – di “tessere”. Un termine neutro, un indicatore contabile di potere, utile per la spartizione di posti e di poltrone, ma al quale non è necessario corrisponda una persona in carne ed ossa. Se mal non ricordo le tessere erano circa 5000 nel Lazio. Bisognerebbe affittare almeno il Teatro Olimpico per fare un’assemblea regionale. Invece sappiamo tutti che basta una sala con un centinaio di posti. Ci sarebbero molti altri elementi di critica, come alcune candidature non proprio entusiasmanti, come quella di Roberto Poletti, già discutibile ex ante (visti i titoli di merito) ma che si è rivelata ancor peggio ex post. Però non sono convinto che siano queste le ragioni della sconfitta. Perché se fosse così semplice allora non tornano i conti quando si pensa che ha vinto una compagine con dentro Berlusconi e Ciarrapico. Certo, mi si dirà, il nostro elettorato è più esigente, più critico e più attento e non consente troppe facilonerie. Non so se sia così, ma mi interessa fino ad un certo punto. Io vorrei un partito diverso, non tanto per il risultato elettorale (che pure ha una sua importanza), ma perché deve essere un partito portatore di alcuni valori. Valori in cui mi riconosco e valori che non devono essere presenti solamente nei suoi programmi, ma anche nelle sue azioni, nella sua impostazione e nel comportamento dei suoi dirigenti e dei suoi eletti. Se poi riusciremo anche nella battaglia culturale di diventare un punto di riferimento per molti cittadini, allora potremo essere soddisfatti, ma senza dover ricorrere a compromessi e senza dover svilire la nostra identità.

A questo punto è doverosa una parentesi sull’esito del ballottaggio a Roma. Si stanno contrapponendo al momento due scuole di pensiero sulle ragioni della sconfitta: da una parte c’è chi ritiene che Rutelli abbia perso perché non è stato capace di interpretare i bisogni delle persone, in primis il tema della sicurezza; che non abbia sufficientemente spostato verso il centro l’asse della coalizione (e quindi inevitabilmente a destra, visto che il centro l’abbiamo superato da un pezzo). Dall’altra parte c’è che ritiene che la causa sia da ricercare nelle molte ragioni di insoddisfazione a sinistra (comprendendo gli ambientalisti in questa categoria). Qualcuno per dare un segnale a Veltroni e alle sue strategie egemoniche, qualcun altro per mettere in discussione il tanto decantato “modello Roma”, che non sembra certo essere il non plus ultra per quanto riguarda le scelte in materie ambientali, sociali, urbanistiche, di mobilità sostenibile e di tutela della biodiversità. Con la convinzione che tanto quell’elettorato lì sarebbe avrebbe comunque votato per chiunque pur di non vedere i saluti romani sulla scalinata del Campidoglio. Stavolta però il trucchetto non ha funzionato e i 15 anni di amministrazione della città hanno lasciato il segno.

Per ripartire allora bisognerà intanto costruire una classe dirigente che sia davvero motivata e che non abbia come obiettivo quello di andarsi a piazzare sulla prima poltrona che si libera. Certo la sconfitta di Roma ne riduce ampiamente il numero, ma un primo segnale di rinnovamento potrebbe essere che quelli che davvero credono in questo progetto si mettano a disposizione senza bisogno di una qualche indennità di carica. Per troppo tempo ho avuto la sensazione di essere rappresentato da un personale politico “a termine”, sempre con le valigie in mano, pronto a cambiare casacca ai primi segnali di incertezza, e purtroppo i fatti hanno spesso dimostrato che non mi sbagliavo. Potrei citare decine di casi di ex solo perché non ricandidati o semplicemente perché avviati verso luminose carriere in altri partiti (tra questi anche lo sconfitto al ballottaggio romano). Preferisco citare chi ha fatto una scelta diversa, a mio avviso più coerente e che apprezzo: Annamaria Procacci e Maurizio Pieroni, che sono rimasti a lavorare per i Verdi senza il bisogno di occupare una carica elettiva. Allora mi piacerebbe che gli iscritti al club dei “Verdi per caso”, cercassero da subito una nuova collocazione: spero che i Verdi, quelli convintamente Verdi, riescano comunque a sopravvivere, come del resto hanno fatto fino ad ora. Ci aspetta indubbiamente un periodo difficile, in cui sarà necessario rimboccarsi le maniche e ripartire con un progetto diverso. Bisognerà lavorare alla formazione di un ceto politico preparato e competente, che permetta al partito di crescere e rafforzarsi a livello territoriale. Avremo modo e tempo di valutare se e come individuare strategie ed alleanze. Nel frattempo lavoriamo a riprendere in mano i temi dell’ambientalismo e a porli al centro della nostra azione politica, evitando di inseguire altri su terreni che non ci appartengono e che talvolta spaventano il nostro elettorato. Dobbiamo recuperare soprattutto due elementi: identità e credibilità. Solo così potremo essere un interlocutore efficace nello scenario politico prossimo venturo. Ma senza sudditanze senza cedere a facili ricatti. Dobbiamo avere il coraggio e la capacità di essere autonomi, liberi ed indipendenti. L’alternativa è svendere tutti i nostri valori e trovare uno strapuntino per qualcuno (pochi) nel Partito Democratico. Personalmente non sono interessato.

Tullio Berlenghi

mercoledì, aprile 16, 2008

Tutti a casa


Quasi secondo le previsioni, anche se il risultato della Sinistra è ben al di sotto delle aspettative più pessimistiche. Facciamo un passo indietro. Il grande stratega Veltroni si è trovato a dover gestire un precoce ritorno alle urne (di cui tra l'altro è stato uno degli artefici) in una situazione di consenso per le forze di governo piuttosto modesto e in clima di difficoltà tra le - tante in effetti - forze della coalizione. La prospettiva più probabile era, in tutta evidenza, di riunire l'armata Brancaleone per andare a perdere le prossime politiche. Certo l'ipotesi non era esaltante. Ecco allora la trovata - astuta per carità - di Veltroni: andiamo da soli, perdere per perdere tanto vale giocarsi il tutto per tutto e drenare più consenso possibile dai nostri litigiosi alleati. L'abile Uolter sa bene come funziona il mondo della comunicazione e che ha tutta una campagna elettorale da giocarsi su una contrapposizione polarizzata tra lui e Berlusconi. Punta molto sullo stesso antiberlusconismo che è stato (in negativo) l'alibi per liberarsi dei suoi (ex) alleati. L'affermazione suonava più o meno così: non possiamo creare coalizioni contro qualcuno, ma per qualcosa. Se poi si faceva bingo si poteva persino andare al governo. In realtà il vero obiettivo era quello di monopolizzare i posti disponibili per l'opposizione. Fatti i conti il PD ha preso più parlamentari perdendo le elezioni di quanti non ne avesse in questa legislatura in cui le elezioni le aveva vinte (Il PD ha attualmente 194 deputati a cui si devono aggiungere i 17 di Di Pietro, con le ultime elezioni PD e IDV passano a 241).
Dal suo punto di vista il ragionamento - anche se cinico - non fa una grinza. Di grinze ne fa, e molte, invece un principio fondamentale di una democrazia: quello di rappresentanza. Chi rappresenterà quei milioni di elettori che hanno votato (vanamente) per le forze della sinistra escluse dal Parlamento? Ma anche (come direbbe l'ineffabile Uolter) chi rappresenterà gli altri milioni di elettori che hanno votato per il Partito Democratico secondo la vecchia regola montanelliana del "turarsi il naso" di fronte al rischi di mali peggiori? E ancora, chi rappresenterà le istanze dei pacifisti, degli ambientalisti, di chi si batte per i diritti dei lavoratori, contro il precariato, per la laicità dello Stato e via discorrendo? E cosa diranno i miei amici elettori "per caso" del PD quando verrà suggellato l'accordo Veltrusconi per la riforma della legge elettorale con l'obiettivo di azzerare del tutto le minoranze "scomode"?
Sui limiti della Sinistra Arcobaleno possiamo discutere quanto vogliamo. Possiamo parlare dei difetti delle classi dirigenti dei partiti che la compongono (sempre che se ne possa parlare al presente). Possiamo soffermarci sulle modalità di alcune scelte, sui criteri che hanno ispirato alcune decisioni. Possiamo discutere di soli che ridono, di falci, martelli di nomi, loghi, programmi e progetti. Possiamo rimettere tutto in discussione e io sarei sicuramente d'accordo con molti critici. Ma siamo sicuri che sia stato un bene disperdere l'enorme patrimonio di consenso che, sotto il piano culturale prima che politico, dovrebbe riunire il cosiddetto "popolo della sinistra"? A parte i rivoli che hanno portato decimi di percentuale ad accreditare quelli sempre un po' più puri, più bravi e più a sinistra degli altri, che dire di quelli che hanno pensato bene che non andare a votare fosse un segnale da mandare al sistema? e che dire del fatto che il sistema, invece, - per dirla con il commissario Montalbano - se ne catafotte del loro segnale visto che rafforza il proprio potere proprio grazie alla loro astensione?
Quello che è certo è che, da domani, una fetta importante di questo Paese non sarà rappresentata in un Parlamento. Un parlamento che in compenso sarà ostaggio di una forza politica come la Lega Nord, squallida portatrice dei più biechi egoismi e guardata sempre con sufficienza perfino da uno di bocca buona (politicamente parlando) come Gianfranco Fini, il quale, qualche anno fa, ebbe a pronosticare la "fine della Lega" e dichiarò che con Bossi non avrebbe più preso neanche un caffè. A partire da domani infatti il caffè a Bossi Fini lo dovrà probabilmente solo servire. In un'inappuntabile livrea, come si conviene ad un maggiordomo che si rispetti.

sabato, febbraio 16, 2008

Basta con l'ambientalismo del NO

Veltroni: "No all'ambientalismo del no"

"Basta con l'ambientalismo che cavalca ogni potresta e impedisce di fare le infrastrutture - dice Veltroni - Una volta assunta la decisione o divieto di revoca o sanzioni"



Questa è la breve dichiarazione di Veltroni in materia ambientale che ho letto questa mattina sulle notizie on line (da "Repubblica" una delle voci ufficiali del Partito Democratico, che, insieme al Partito delle libertà, detiene il controllo quasi totale dei media). La dichiarazione segue quella, straordinaria, dell'ambientalismo del fare. La determinazione con cui il leader del PD continua ad inseguire il Silvio nazionale è sconcertante. Alcuni slogan, probabilmente efficaci sul piano della comunicazione (ambientalisti sì, ma non frenati dall'ideologia), ricordano la contraddittorietà delle passate campagne elettorali di Forza Italia, in cui si vedevano manifesti che inneggiavano all'ambiente, si leggevano programmi pieni di attenzione alla tutela del territorio e degli ecosistemi, ma poi, nei fatti, durante i governi Berlusconi, abbiamo assistito al varo di ben due condoni edilizi, ad una progressiva deregulation delle norme di tutela ambientale e di sicurezza (sempre "per fare", per non rimanere bloccati da leggi e leggine che frenano le aziende, la produzione, l'economia), alla scandalosa "legge obiettivo" per un faraonico piano di opere pubbliche. Quest'ultima molto criticata anche dai DS e dalla Margherita quando erano all'opposizione, ma che poi hanno ritenuto non tanto male quando a gestirne i meccanismi potevano essere loro. E infatti si sono guardati bene non solo dall'idea di abrogarla, ma anche di rivederne l'impostazione strategica, basata principalmente sul rafforzamento delle opere destinate alla mobilità su gomma e sull'alta velocità ferroviaria, ossia delle opere a maggiore impatto ambientale e strumentali ad un modello trasportistico che, in teoria, bisognerebbe rivedere profondamente. E allora, sì, certo, un bel tocco all'immagine con l'ecobus e qualche parolina sparsa di qua e di là a sottolineare l'importanza di difendere l'ambiente, magari mettendo qualche "ambientalista" in lista, tanto per far vedere quanto è importante, ma poi, quando si comincia a parlare di tutto ciò che ha a che fare con il profitto, gli appalti, lo sviluppo, insomma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare e allora non c'è più posto per le belle parole e si passa alle cose serie. E c'è già chi sospetta che il prossimo condono edilizio possa avere la firma di Walter Veltroni...