Il coraggio con la pelle degli altri
Ora bisognerebbe tornare indietro di qualche anno per ricostruire il modo in cui i paesi buoni (quelli occidentali) hanno creato le condizioni per rendere ingovernabile un paese. Siamo tutti d'accordo sul fatto che in Iraq c'era una terribile dittatura, cosa peraltro piuttosto diffusa in molti altri paesi (tra cui la Cina) che nessuno si sogna di attaccare. Si è parlato di armi di distruzione di massa, ma le uniche armi di distruzione di massa in Iraq le hanno usate gli americani per sterminare migliaia di inermi civili iracheni. Si è parlato della necessità di portare la democrazia in un paese, con l'arroganza ingenua di chi davvero pensa che sia così facile imporre una cultura democratica con le armi, senza contare che proprio la presenza delle armi esclude l'esercizio della democrazia. Si è parlato a sproposito di questioni di diritto, quando proprio il diritto (quello internazionale) è stato palesemente calpestato dal comportamento ottuso e sconsiderato degli Stati Uniti che hanno agito senza tenere nella minima considerazione i consessi internazionali (come l'Onu) che, pur con i loro grandi limiti, dovrebbero comunque avere un minimo di voce in capitolo.
Ma queste sono cose ormai dette e ridette. Quello che conta è che l'Italia, per la sudditanza del nostro premier nei confronti di Bush, e per quella dei suoi alleati nei suoi confronti, si è gettata - violando la propria carta costituzionale - in una sanguinosa guerra nei confronti di uno stato sovrano.
L'azione dei militari americani in molte circostanze è stata particolarmente dura e violenta anche nei confronti dei civili e numerosi sono stati i casi di violazioni dei diritti umani.
Adesso qualcuno si stupisce perché gli eserciti delle forze del "bene" non siano visti con simpatia dalla popolazione irachena e molti bollano frettolosamente come "terrorismo" qualunque atto ostile nei confronti delle forze di occupazione.
In tutto questo ci sono alcune centinaia di ragazzi italiani che, magari invogliati sotto il profilo economico, si sono ritrovati in una vera e propria zona di guerra, con tutto quello che ciò comporta in termini di pericolosità.
Adesso il dibattito stantìo sul ritiro è ormai superato. La scelta di ritirare le truppe dall'Iraq - che comunque bisognerà aiutare ad uscire da una situazione drammatica - era stata già presa e l'ultimo attentato non cambia di una virgola la situazione. Dispiace ovviamente che altre vittime si aggiungano al lunghissimo elenco di morte e dolore causato dalla supponenza e superficialità dei potenti della terra. Fa riflettere però il fatto che per alcuni le categorie da utilizzare per le scelte di politica estera siano ancora quelle della "viltà" e del "coraggio", accusando della prima chi vorrebbe che venisse rispettato l'art. 11 della Costituzione (l'Italia ripudia la guerra...) e attribuendo la seconda - ossia il coraggio - a chi se ne sta comodamente nella bouvette della Camera a disquisire di virtù militare. Ben strano coraggio però quello che trae la propria legittimazione dalla pelle degli altri.
QdV

