Diritto al futuro: quale progetto ecologista?
E’ importante trovare il modo più razionale e meno emotivo per gestire questa delicata fase di transizione che dovrebbe portare i Verdi dalla situazione attuale - con una sonora sconfitta elettorale, l’assoluta assenza di rappresentanti in Parlamento, una Federazione in grande difficoltà organizzativa ed economica e altri numerosi problemi di non poco conto – al “futuro” dei Verdi. Un futuro che si profila ancora molto incerto e confuso. Un futuro sul quale non sono in molti a scommettere. Un futuro sul quale ci sono valutazioni profondamente differenti tra chi, a vario titolo, si sente parte di questo soggetto politico. Proviamo a riprendere qualche ragionamento. Magari a semplificare il quadro, a costo di eccedere nella sintesi. Intanto bisogna vedere quali sono le possibili strade da seguire:
- Verso il partito democratico. Si tratta con la dirigenza del partito democratico il “prezzo” della confluenza verde all’interno del PD. In linea teorica è una strada che potrebbe avere una sua logica. All’interno di un grande partito, con una propria autonomia e una propria caratterizzazione i Verdi potrebbero ancora incidere sulle scelte politiche di questo paese. A me convince poco, anche perché il rischio tangibile è che la trattativa finisca col vertere più sulle poltrone da assegnare che non a garantire quell’autonomia che renderebbe minimamente ragionevole questa operazione.
- Rimanere nella Sinistra Arcobaleno. Anche questa proposta sembra poco praticabile. Non solo per il risultato elettorale che sembra essere una bocciatura del progetto, ma anche perché sono stati in molti a tirarsi fuori dal neonato soggetto politico già prima del risultato elettorale, minando ulteriormente la credibilità di un progetto, che era nato già debole.
- Ricostruire i Verdi. Con impegno, con serietà, con umiltà. Era un’esigenza che in molti nella base sentivano già da tempo, ma che nessuno aveva avuto mai il coraggio di proporre. Probabilmente anche a causa di quella gestione unanimista, ma profondamente antidemocratica, che aveva caratterizzato la gestione del partito fino ad ora. Dietro all’apparente concordia che regnava nel partito si celava infatti un sistema di potere monocratico, che impediva di fatto ogni forma di dissenso.
E’ ovviamente questa strada, la terza, quella che sembra più ragionevole, anche se nasconde molte insidie e molte difficoltà. Il principale problema è il tempo: non ci si può permettere di dare vita ad un processo troppo lungo, come pure la delicata situazione meriterebbe. I tempi della politica e della comunicazione non lo consentono. Bisogna “esserci”, tenuto conto della velocità con cui il dibattito politico sta affrontando molte questioni. Si sta affermando un preoccupante pragmatismo sulle questioni ambientali che significherebbe l’azzeramento dell’enorme lavoro degli ultimi decenni. Si parla sempre più insistentemente dei termovalorizzatori come l’unica soluzione praticabile al problema dei rifiuti. Si sta diffondendo la convinzione che il nucleare sia la risposta concreta e fattibile al fabbisogno energetico. Non c’è contraddittorio. Nel dibattito sono assenti non le “ragioni del no”, ma le più elementari “ragioni del buonsenso”. Si intraprendono strade, consapevoli delle conseguenze e dei rischi che comportano, ma non se ne tiene conto. Qualcuno – prima o poi – se ne occuperà. A noi serve dare risposte adesso. I problemi futuri li affronterà chi verrà dopo. Come fanno i Verdi a non partecipare a questo dibattito? Ci siamo cacciati in una situazione di stallo da cui dobbiamo uscire prima che sia troppo tardi. E allora bisogna subito realizzare quei cambiamenti di cui sentiamo tutti l’esigenza. E per fare questo è necessario un fitto calendario di impegni da seguire con un’assunzione di responsabilità che sia la più ampia e condivisa possibile.
In primo luogo è opportuno accantonare questo clima da resa dei conti. Il processo di rinnovamento del partito non può diventare un’occasione perché qualcuno tragga qualche beneficio personale dal riequilibrio di potere interno al partito, ma questo non giustificherebbe in alcun modo il mantenimento di uno status quo che non ha più ragione d’essere. Bisogna che tutti si sentano in dovere di dare un contributo all’opera di “ricostruzione” senza pensare al proprio tornaconto. Partiamo quindi da quelle valutazioni su cui si sono detti tutti – o quasi – d’accordo. Tra questi cambiare il “sistema delle tessere”, le cui conseguenze negative sono più che evidenti. Ci vorrebbe un meccanismo premiale per chi si impegna concretamente per i Verdi, per chi è in grado di fare un lavoro di elaborazione politica e culturale per dare linfa vitale al partito. Sappiamo che questo non è possibile normarlo con uno statuto o un regolamento, ma deve essere una “Grundnorm”, una legge fondamentale, nella quale tutti si riconoscano. E l’assunzione di decisioni che contrastino palesemente con questo criterio deve essere censurata da tutti e non accettata o tollerata solo per non rischiare di rimanere invisi al potere. Dico questo con cognizione di causa perché molte scelte discutibili fatte dalle classi dirigenti verdi (uso il plurale sia in senso cronologico che territoriale) non sono mai state oggetto di aperta critica da molti che adesso vogliono cavalcare il rinnovamento.
Un altro aspetto su cui è necessario intervenire per evitare la sclerotizzazione della classe dirigente al punto tale da perdere il contatto con la propria base (e con la realtà) è quello di modificare l’assetto interno in modo da: porre chiari limiti ad incarichi di partito e ad incarichi elettivi; affidare in modo netto la strategia politica al partito, nella sua espressione territoriale, in modo da evitare uno squilibrio di potere a favore degli eletti: la politica la fa il partito non gli eletti!; attivare quei meccanismi di partecipazione democratica e di dibattito interno ed esterno che permettano il confronto continuo e la crescita, sociale e culturale, dei Verdi.
Inoltre bisogna lavorare ad un progetto di formazione sia della classe dirigente, sia degli eletti, sia dei referenti territoriali. Chi si avvicina ai Verdi per passione, entusiasmo, convinzione o semplice curiosità deve avere la possibilità di confrontarsi con la nostra cultura ed avere stimoli e informazioni adeguate. Non bisogna avere paura di creare “sapere verde” diffuso che è una ricchezza e non l’aumento di potenziali rivali per le cariche istituzionali. E questo sapere, questa conoscenza, dovranno essere non esclusivamente ambientali, ma anche di formazione politico-amministrativa, in modo da poter affrontare con competenza e lucidità eventuali incarichi di responsabilità e di governo.
Costruite queste premesse e creato quel luogo politico sano e fertile come deve essere il nostro partito, un partito che pone le questioni ambientali al centro della sua elaborazione ma che non vuole essere confinato in esse, si può ripartire sul serio. Non avendo paura del confronto interno e non nascondendo le diverse anime e le diverse identità che ci caratterizzano e che sono una nostra ricchezza e un nostro valore aggiunto.
Cominciamo a parlarne mercoledì 25 giugno all’iniziativa promossa da Qualcosa di Verde presso la sala della Sacrestia, Vicolo Valdina 3A, Camera dei Deputati, Roma.
Tullio Berlenghi


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