Qualcosa di Verde

venerdì, maggio 05, 2006

Elezioni politiche: una paese in difficoltà

ELEZIONI 2006: IL VOTO DI UN PAESE IN DIFFICOLTA’.

Chi ha vinto le elezioni? Questo è (e sarà) il tormentone post-elettorale, la cui durata non sarà breve. La polemica che si accende in queste circostanze riguarda sempre la presunta mancanza di titolarità – politica prima che giuridica – a governare il paese in assenza di una chiara maggioranza di consensi. Questo tipo di dibattito è iniziato con la trasformazione del sistema politico (non tanto del sistema elettorale che non è ancora riuscito a diventare un maggioritario compiuto) da partitico puro a bipolare. Il fatto cioè che ci siano due schieramenti che si contendono il voto degli elettori per ottenere un consenso sufficiente a prendere in mano le redini del Paese. Di fatto il “paese spaccato” non è una novità del 2006 ed è sufficiente ripercorrere le tappe della nuova era (la seconda repubblica?) per affermare che in Italia non c’è mai stata una maggioranza “vera” a governare il paese. Nel 1994, prima vittoria di Berlusconi, si presentarono tre coalizioni (in realtà quattro perché il polo si invento due alleanze distinte per far digerire reciprocamente la presenza di Alleanza Nazionale e Lega nella stessa coalizione) e i voti presi dalla “Casa delle libertà” non raggiunsero la maggioranza assoluta dei votanti e non riuscirono a mantenere in piedi il Governo solo per le risse interne dei partiti della coalizione. Nel 1996 vinse l’Ulivo e tutti gli esponenti del polo hanno urlato ai quattro venti che era un governo “illegittimo” (addirittura..) perché non godeva del consenso della maggior parte degli italiani. Osservazione che però non fecero nel 2001 quando a vincere fu il Polo, ma sempre senza avere la maggioranza assoluta dei voti (la sinistra in quella circostanza pensò bene di andare al voto divisa in ben tre pezzi, con le conseguenze che tutti conosciamo). Alla fine del 2005 Berlusconi, sulla base di una situazione sfavorevole (o presunta tale) per il Polo, ha fatto approvare in fretta e furia una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza per mitigare – secondo i suoi astuti consiglieri – il rischio che una vittoria dell’Unione potesse trasformarsi in una maggioranza schiacciante in Parlamento. E’ noto infatti che, con il sistema del voto nei collegi uninominali e il trucchetto delle liste civetta per aggirare il meccanismo dello scorporo (che favoriva la coalizione perdente), è possibile – anche se non assolutamente certo, perché dipende dalla distribuzione territoriale dei voti - ottenere un numero di deputati di gran lunga più elevato, in proporzione, rispetto ai voti effettivamente conseguiti.
Evidentemente neanche Berlusconi nutriva grande fiducia nelle sue indiscutibili capacità di imbonitore, attraverso le quali invece – ribaltando tutti i pronostici – è riuscito in un recupero formidabile ed è arrivato a tagliare il traguardo in volata a pochi millesimi da Romano Prodi. Bisognerebbe riaggregare i dati di lunedì sui collegi uninominali della vecchia legge elettorale per capire quanti parlamentari sarebbero andati all’una e all’altra coalizione, ma non è difficile ipotizzare che ci potrebbero essere due rami del parlamento con maggioranze non necessariamente dello stesso segno, ma, in ogni caso, con differenze minime nel numero dei parlamentari, con una ancora maggiore difficoltà di formare un governo stabile e duraturo.
Su questo punto bisogna fare assolutamente chiarezza: il fatto che possano esserci due maggioranze diverse non dipende in particolare da “questa” legge elettorale, ma è connaturato al fatto che ci siano due corpi elettorali diversi (alla Camera votano anche i ragazzi dai 18 ai 25 anni) e che dispongono di due schede diverse. Non si può per principio escludere che un elettore dia indicazioni di voto diverse nei due rami del Parlamento e questo può comportare (in caso di sostanziale equilibrio) a situazioni come quella che si è verificata alle ultime politiche.
Non è il caso adesso di dilungarsi sulla questione dei sistemi elettorali ed è evidente che questa legge elettorale, studiata per penalizzare il centrosinistra, ha finito per ottenere l’effetto contrario con il paradosso che al Senato la pur risicata maggioranza degli eletti dell’Unione non corrisponde ad una maggioranza di voti. Né gli esponenti del centrodestra possono considerare la legge ingiusta, perché sono stati loro a redigerla e ad imporla al Parlamento ed al Paese. L’altro paradosso è dato dal voto degli italiani all’estero - che mi entusiasma poco per il discutibile apporto che alle scelte di governo viene dato da chi, di quelle scelte, non è il destinatario - voluto fortemente dal centrodestra, ma che ha premiato i candidati dell’Unione (forse perché all’estero sono riusciti a farsi meglio un’idea dell’operato di Berlusconi & Company).
Resta il fatto che le regole, quando ci sono e sono chiare, vanno accettate e rispettate, anche se non sono del tutto condivise. Vanno giustamente criticate ed è altrettanto legittimo chiedere di modificarle per il futuro, ma così come il centrosinistra è andato alle elezioni con quelle regole (che non ha voluto) il centrodestra (che quelle regole ha voluto) non può adesso avventurarsi in tortuose argomentazioni per delegittimare l’assunzione da parte del centrosinistra della responsabilità di governo. Ancor più grave appare il tentativo di adombrare congetture sulla regolarità del voto, quando, a rigor di logica, la responsabilità sull’andamento delle operazioni di voto e di spoglio è in capo allo stesso esecutivo che giudica irregolari quelle operazioni.
E’ pertanto il caso che le due coalizioni – insieme – riflettano sui limiti e sui difetti di questa legge elettorale e che elaborino rapidamente un nuovo meccanismo, privo di furberie e di astuzie e che abbia tutti i requisiti di governabilità e rappresentanza che non possono mancare in una democrazia. Da parte del centrosinistra si potrebbe dare quella “lezione di stile” istituzionale che è mancata negli ultimi mesi della legislatura appena conclusa: le regole del gioco dovranno scritte tutti insieme e senza prevaricazioni o forzature, in modo da evitare polemiche e contestazioni, garantendo così al prossimo vincitore la possibilità di avviare, subito dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, un governo che possa operare per cinque anni e – possibilmente – nell’interesse del Paese.

Tullio Berlenghi


13 aprile 2006